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La storia di Ferrara è strettamente legata alle caratteristiche idrografiche della regione. L'acqua si trova infatti al tempo dei primi insediamenti umani nell'angolo di terra emergente fra il Po di Volano e quello di Primaro e rappresenta il confine naturale con altri popoli, contribuendo alla difesa dalle loro invasioni.
Ferrara sceglierà poi di spostarsi dalla sponda destra a quella sinistra del fiume per guadagnare una posizione migliore nei traffici e nello sviluppo della città che si estenderà circondata da dossi fluviali, dune litoranee, isole e acque pescose. L'acqua sarà protagonista anche nelle lotte politiche e commerciali contro Venezia, Ravenna, Mantova e Bologna e nelle controversie con tutte le città vicine che avveleneranno il perodo fra il XVI e il XIX secolo.
Le origini della città sono oscure e controverse: i Galli Boi e gli Egoni la dominarono per più di due secoli e i Romani vi giunsero nel 191 a.C.
Certamente intorno al 330 d.C. fu creato il vescovado di Vicohabentia (l'attuale Voghenza) alla dipendenza gerarchica della Chiesa metropolitana di Classe, e quella fu la prima comunità cristiana nel ferrarese.
L'esistenza di un vescovado a Ferrara nel 657 ci dice che la città aveva a quel tempo assunto una certa importanza economica e politica e una organizzazione religiosa e civile di un certo peso che la fecero subentrare al vescovado di Voghenza.
I frequenti straripamenti dei fiumi e le continue incursioni di invasori fecero sì che l'arcivescovo di Ravenna provvedesse a far tagliare il fiume all'altezza dell'insediamento urbano determinando, come conseguenza immediata, lo spostamento della popolazione sull'altra sponda del Po dove si concentrarono numerosi abitanti anche delle zone vicine (fra il VII e l'VIII secolo) e dove la città ebbe miglior fortuna.
Ferrara entrò nel patrimonio della Chiesa per le donazioni di Pipino e di Carlo Magno (776) e a metà del secolo era già indicata come Ducato (forse bizantino), mentre nel 753 appare in un documento come "civitas". L'unico dato certo sulla vita del ducato è che faceva parte dell'esarcato di Ravenna. Nel 921 Papa Giovanni X la donò agli arcivescovi di Ravenna cui fu tolta dall'Imperatore Ottone I e restituita al Papa.
Fino alla metà dell'XI secolo Ferrara sarà al centro della lotta fra l'arcivescovo metropolitano di Ravenna (sostenitore dell'autonomia dell'esarcato) e il Papa che imposero, alternativamente o addirittura in sovrapposizione, autorità di nomina papale e imperiale, tasse e obblighi di obbedienza dell'uno e dell'altro.
La città ne ricavò il vantaggio di poter ottenere privilegi da entrambi e riuscì così a conservare una certa autonomia politica e amministrativa che potè sfruttare al meglio nel momento in cui si affievolirono sia l'autorità feudale che quella vescovile.
Alla fine del X secolo fu nominato duca Tedaldo di Canossa, mentre l'ultima feudataria sarà la contessa Matilde di Canossa che si vedrà rifiutato dalla popolazione il diritto ad esercitare l'autorità. Alla sua morte (1115), i ferraresi aumentarono gradatamente le loro libertà comunali, subendo quindi le consuete lotte fra consorterie nobiliari.
A distanza di poco tempo dalla partecipazione alla Lega Lombarda, voluta per riconquistare libertà d'azione, Ferrara si troverà in conflitto con le maggiori città consociate a causa della sua posizione geografica assolutamente strategica nei rapporti commerciali interni al paese, come in quelli fra Occidente e Oriente.
Dal XII al XIII secolo, le famiglie dei Torelli (ghibellini) e degli Adelardi (imparentati con gli Este), si alternarono nella supremazia della città. Fra il 1158 e il 1167 Ferrara rimase sotto il potere dell'Imperatore e perse momentaneamente le autonomie faticosamente raggiunte, ma la politica della città fu ancora a lungo percorsa dall'alternarsi della preminenza dell'Imperatore e della Santa Sede.
Nonostante ciò, prima ancora dell'avvento della signoria, Ferrara raggiunse un notevole progresso economico, autonomia amministrativa e civile, e vi cominciava già a crescere un ceto mercantile e artigiano che sarà fondamentale per la conclusione del periodo feudale.
Con la dominazione della famiglia d'Este che si protrarrà fino a tutto il XVI secolo, la piccola città di provincia si trasformò nella capitale di uno Stato con notevoli mire espansionistiche.
Nel 1288-90 furono annessi a Ferrara i feudi di Modena e Reggio; nel 1325 sarà la volta di Comacchio; nel 1376 caddero sotto il potere degli estensi anche Lugo, Faenza, Bagnacavallo, Conselice, Cotignola e altri castelli della Romagna; nel 1452 fu occupata gran parte della Garfagnana e nel 1522 il papa regalò le città di Cento e Pieve in occasione del matrimonio di Lucrezia Borgia e Alfonso I. Alla fine del XVI secolo Ferrara comprendeva un territorio vastissimo e popoloso, diviso in una sezione veneta e una romagnola.
Inoltre, gli interessi mercantili e anche marinari della borghesia comunale e degli Este, provocarono la guerra con Venezia che mirava ad espandersi nel Polesine e a controllare i possibili concorrenti sul litorale adriatico (Valli di Comacchio, Ravenna e Cervia).
Tra il XV e il XVI secolo, Ferrara raggiunse la prosperità economica con una politica che sfruttava il più possibile il contado, del quale venne migliorata la produzione agricola con bonifiche e canalizzazioni, ed ebbe uno splendore culturale e civile che la fece giudicare come la prima città moderna d'Europa e certamente uno dei massimi centri del Rinascimento.
Da ogni parte d'Europa confluivano scrittori, artisti, musicisti, poeti: Petrarca, Leon Battista Alberti, Piero della Francesca, Aldo Manuzio, Pietro Bembo, Guarini, Tasso, Ariosto (che fece nascere il teatro italiano moderno). Il '400 fu anche la grande stagione della pittura ferrarese. Bonifacio IX concesse l'Università con tre facoltà che contendevano la notorietà a quelle di Bologna.
In quel periodo la città subì un processo di radicale trasformazione urbanistica, chiamato Addizione Erculea (dal nome del duca che la promosse), che la portò ad espandersi e a spostarsi su zone più salubri ma, soprattutto, fece di Ferrara un centro cittadino unico per l'organizzazione innovativa ispirata a canoni estetici rigorosi e geniali.
Gli Este non riuscirono, nonostante la diplomazia, le alleanze matrimoniali e l'abilità con cui si destreggiarono nel cruciale periodo delle guerre d'Italia, a mettere in atto un'equilibrata politica finanziaria che commisurasse le uscite (ingentissime per il lusso, per lo splendido mecenatismo e per le attività di difesa) con le entrate. Queste vennero incrementate con tassazioni sempre più elevate che alienarono le simpatie di tutta la cittadinanza, oltre al contado, nei confronti dei suoi duchi.
Fu così che, traendo pretesto dai discutibili titoli di legittimità di Cesare d'Este, papa Clemente VIII riuscì a ricongiungere Ferrara allo Stato Pontificio (convenzione di Faenza 1598).
Clemente riformò l'ordinamento del ferrarese e anche papa Alessandro VII, che era stato vice-legato a Ferrara nel 1629, fu largo di provvidenze verso la città; ma nel complesso il periodo successivo al 1598 fu di totale decadenza, tra l'altro per la negligenza dei legati che non continuarono le opere di bonifica e peggiorarono la situazione di Ferrara concedendo ai Gonzaga il taglio del fiume Primaro.
Il Primaro e il Volano, non più alimentati, si restrinsero e i traffici cominciarono ad avere difficoltà e a diminuire. Le campagne persero la possibilità di essere irrigate adeguatemente e diventarono paludi. La malaria cominciò ad avanzare costringendo anche i monaci di Pomposa ad abbandonare l'abbazia.
Accanto all'aristocrazia che viveva ormai sugli allori del passato, nacque così una borghesia risparmiatrice e tenace che si arricchì con i traffici e con i prestiti, prendendo posto all'interno delle amministrazioni e dei lavori di bonifica, sulle rovine della nobiltà rurale. Dai contadini, sfuggiti alla povertà della campagna per cercare lavoro nell'esercito e nella città, nascerà invece il proletariato del futuro.
Lo Stato pontificio portò avanti un'opera di progressiva spoliazione dei beni e delle ricchezze della città attraverso un raffinato meccanismo di dazi, gabelle, decime, appalti, monopoli, ecc., che si inseriva in un quadro amministrativo sempre più inadeguato, antiquato, controproducente.
La campagna tornò alle condizioni del medioevo. All'arrivo dei francesi Ferrara non era altro che una piccola cittadina di provincia circondata dalle paludi.
In età napoleonica Ferrara fece parte del dipartimento del Basso Po: l'occupazione francese stimolò la ripresa delle forze produttive del paese e dei lavori di bonifica, portò miglioramenti nella legislazione e negli ordinamenti, favorì la nascita di una classe borghese spregiudicata che si arricchì negli appalti e nelle speculazioni.
Iniziò, in quel periodo, un processo di trasformazione delle strutture economiche, politiche e amministrative che proseguirà per molto tempo determinando la creazione della prima cattedra di diritto costituzionale nel 1797 (affidata a Giuseppe Compagnoni, inventore del Tricolore).
Cominciò allora un'aspra polemica nei confronti del clero e delle sue inframmettenze nella vita politica e civile del paese, culminata nell'espulsione dell'arcivescovo di Ferrara.
Dopo la parentesi napoleonica però la città tornò, con la restaurazione, sotto papa Pio VII e, per di più, l'Austria si fece riconoscere il possesso di tutto il territorio della Transpadana ferrarese, nonché il diritto a tenere guarnigioni nelle fortezze di Ferrara e Comacchio.
Questo ritorno al passato si protrasse a lungo, forte della collaborazione fra la Chiesa e l'esercito austriaco che riuscì a reprimere sul nascere vari tentativi di ribellione nati nel 1831 e nel 1849.
Nel 1859, per l'importanza strategica della sua posizione, Ferrara fu l'ultima città dell'Emilia Romagna a liberarsi del presidio austriaco e a darsi un governo provvisorio per poi entrare a far parte del Regno d'Italia e riprendere l'ascesa economica e civile interrotta nel XVI secolo.
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